Gerusalemme, la carta giocata da Trump

Gerusalemme, la carta giocata da Trump

-di Monica Mistretta- Domani è venerdì. Per i musulmani è il giorno del riposo e della khutba, il sermone in moschea. Un’occasione di incontro religioso ma anche di dibattito politico.  Una settimana fa circa 3.000 palestinesi erano scesi in strada in Cisgiordania per protestare contro il riconoscimento di Gerusalemme a capitale di Israele. Immagini del presidente americano Donald Trump erano state calpestate e bruciate in tutte le città arabe. Sembrava l’inizio di qualcosa di più importante. E invece il giorno dopo, sabato, secondo le autorità israeliane i palestinesi che protestavano per le strade della Cisgiordania erano scesi a 500.

La settimana non è certo stata tranquilla. I razzi da Gaza hanno colpito regolarmente il sud di Israele. Gli ultimi risalgono a ieri: due sono stati intercettati dal sistema di difesa missilistico israeliano, uno è finito altrove. Pare che sia caduto all’interno della Striscia di Gaza danneggiando una scuola di Beit Hanun. Israele nei giorni scorsi ha risposto agli attacchi colpendo alcuni obiettivi di Hamas.

Ieri, a riaccendere gli animi, il vertice straordinario dell’Organizzazione della Cooperazione Islamica (Oic) a Istanbul ha dichiarato Gerusalemme est capitale dello stato di Palestina. Al vertice dei paesi islamici, convocato dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan, era presente anche il presidente palestinese Abu Mazen. “Gli Stati Uniti non sono più mediatori degli accordi di pace” ha dichiarato. La piazza araba è pronta a infiammarsi di nuovo.

“Domani è un problema. È venerdì” ci ricorda Ely Karmon, uno dei massimi esperti di terrorismo, docente dell’Istituto Internazionale per il controterrorismo di Herzliya, in Israele. È lui il primo a non fare pronostici su come evolverà la situazione. Ma avverte che al di là dei proclami di questi giorni nel mondo arabo non è tutto come sembra. C’è più di una variabile da considerare. A partire dalla cronica tensione che, sotto la superficie dei comunicati congiunti, governa i rapporti tra Turchia, Arabia Saudita e l’Autorità Nazionale Palestinese (Anp).

Ieri a Istanbul l’Oic ha dichiarato Gerusalemme Est capitale dello stato di Palestina. La decisione del presidente americano Donald Trump su Gerusalemme esclude che la zona est della città possa diventare la capitale di un futuro stato palestinese?

Trump ha riconosciuto un dato di fatto: Gerusalemme è la capitale di Israele. Quanto ai confini futuri, il presidente americano ha precisato che andranno chiariti di comune accordo tra Israele e Anp. È curioso che nessuno si sia scandalizzato quando ad aprile la Russia, citando le risoluzioni dell’Onu, ha riconosciuto Gerusalemme Ovest come capitale di Israele.

Nel corso del summit dell’Oic, tra l’altro, si è verificato un fatto piuttosto significativo. Il vertice dell’Oic a Istanbul avrebbe dovuto sancire il successo politico di Erdogan in qualità di leader del mondo arabo. E invece ieri il sito ufficiale dell’organizzazione, riportando la notizia del summit, non ha nemmeno citato il nome del presidente turco. Questo perché l’Oic ha il suo quartier generale a Gedda, in Arabia Saudita. Tra sauditi ed Erdogan è in corso una contrapposizione. Le tensioni tra i due paesi sono peggiorate lo scorso giugno con la crisi diplomatica del Qatar: la Turchia si è messa contro i sauditi prendendo le parti del piccolo emirato. E così nel comunicato di Gedda il nome di Erdogan non è stato scritto.

Dal momento della dichiarazione di Trump su Gerusalemme i lanci di razzi da Gaza su Israele sono diventati quotidiani. Non accadeva nulla di simile dall’ultima guerra nel 2014. C’è il rischio di un nuovo conflitto?

Alla fine di ottobre Israele ha distrutto un tunnel della Jihad Islamica, una delle organizzazioni palestinesi, uccidendone alcuni militanti. Fino a oggi non c’erano state ritrosioni. Adesso la Jihad Islamica ha un pretesto per reagire: è questa organizzazione a lanciare i razzi insieme ai gruppi salafiti. Hamas, impegnata nel processo di riconciliazione con Fatah e il presidente palestinese Abu Mazen, è riuscita a frenare le reazioni per più di un mese dopo la distruzione del tunnel. Non poteva giocarsi la mediazione dell’Egitto, che è stata centrale nel lento riavvicinamento all’Anp. Ed è significativo che subito dopo la dichiarazione di Trump su Gerusalemme i mediatori egiziani abbiano ricevuto l’ordine di abbandonare immediatamente la Striscia di Gaza per ragioni di sicurezza.

Adesso i negoziati tra Hamas e Anp sono in stallo. Per ora non sta accadendo nulla. Abbas non è disposto ad accettare due cose: che Hamas mantenga il suo braccio armato e che sia sottoposta all’influenza dall’organizzazione sciita libanese Hezbollah. Ora Hamas ha interesse a fare pressione sulla Cisgiordania complicando le cose. Per questo chiude un occhio sul lancio dei razzi e incita i palestinesi alla protesta.

Quanto a Gerusalemme, la posizioni di Abu Mazen sono vicine a quelle di Hamas: è probabile che questo diventi un punto di contatto importante per il progredire dei negoziati tra l’organizzazione islamica e Fatah.

Per quanto riguarda gli sviluppi, sappiamo che l’amministrazione Trump sta lavorando a un piano con l’Arabia Saudita. Per ora pubblicamente non se ne possono svelare i contorni: il piano verrà presentato in futuro dagli Stati Uniti. L’Arabia Saudita ha avuto una reazione piuttosto moderata dopo la dichiarazione di Trump su Gerusalemme. Siamo a conoscenza del fatto che i sauditi hanno fatto molte pressioni su Abu Mazen: vogliono che scenda a compromessi sul piano di pace con Israele. E non escludo  che con la questione di Gerusalemme Trump abbia voluto giocare una carta per spingere Abu Mazen a una maggior flessibilità.

Ci sono stati numerosi arresti tra le fila di Hamas in Cisgiordania. L’Autorità Nazionale Palestinese sta collaborando con Israele nel controllo della situazione in Cisgiordania?

C’è un’operazione di sicurezza in corso cui l’Anp sta partecipando. Ma adesso che Abu Mazen è particolarmente critico per la questione di Gerusalemme, le cose potrebbero avere uno sviluppo. E forse nel corso della prossima settimana ci saranno passi avanti nella riconciliazione con Hamas. Gerusalemme ha unito le fazioni palestinesi.

Il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, e il governo di Teheran hanno invocato una terza Intifada. Ma i palestinesi non sembrano aver voglia di rispondere all’invito. Perché?

Hezbollah ha sempre puntato all’Intifada: è un insostituibile strumento di propaganda. Ma adesso non funziona. Nasrallah è riuscito ad accendere la miccia sui social media e non ha avuto seguito nelle piazze. Le manifestazioni e gli incidenti sono stati meno violenti di quanto gli apparati di sicurezza israeliani non si aspettassero. Certo, domani è un problema: è venerdì.

14/12/2017

 

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